I bond rimbalzano, in attesa della Fed

La crisi del settore immobiliare Usa e i timori del suo impatto sulla crescita hanno spinto gli acquisti sui titoli governativi e portato i differenziali con i corporate ai livelli del 1998. Gli operatori attendono un nuovo intervento sui tassi americani che rassereni i mercati e porti nuova liquidità nel sistema finanziario.

Maria Grazia Briganti 27/08/2007 | 18:19
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Borse in altalena, svendita dei titoli a maggior rischio e corsa verso i bond governativi: nei mesi di luglio e di agosto si sono realizzati tutti i timori relativi al rallentamento del settore immobiliare e agli strumenti collegati ai mutui ipotecari che il regime di bassi tassi aveva contribuito a far proliferare in maniera indiscriminata.

Il calo del valore degli immobili e l’aumento del costo delle rate dei mutui ha fatto crescere esponenzialmente le insolvenze mettendo in crisi il sistema creditizio, soprattutto americano. Come conseguenza tipica di qualsiasi crisi finanziaria, si è assistito a un movimento di flight to quality, che ha portato alla vendita dei prodotti obbligazionari più rischiosi in cambio di titoli governativi, i cui prezzi sono aumentati deprimendo i rend

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Nell’ultimo mese l’indice Morningstar di categoria dei fondi specializzati sulle obbligazioni americane, il Citigroup US GBI tradotto in euro, è salito del 2,7% (al 27 agosto) , come contropartita di una discesa di circa mezzo punto dei rendimenti dei Treasuries a 10 anni. Dopo l’intervento della Federal Reserve, che ha ridotto il tasso di sconto dal 6,25% al 5,75%, il decennale americano si è stabilizzato al 4,65%. Anche i titoli biennali hanno arrestato la loro discesa al 4,20% dopo un calo di quasi 80 punti base.

Un andamento analogo si è registrato nell'area euro, dove i mercati obbligazionari sono saliti dell’1,1% (indice Citi Eurozone GBI al 27 agosto), mentre i rendimenti hanno arrestato il loro calo dopo che la Banca centrale europea è intervenuta con provvedimenti espansivi. Ma l’impatto sul mercato di Eurolandia è stato meno deciso. “Il Bund decennale è risalito di 4 centesimi e il Bund triennale è risalito di 5 punti base dopo essere sceso di oltre mezzo punto” spiegano dall’Ufficio Studi di Centrosim “ a causa di un atteggiamento meno accomodante da parte della BCE e un quadro di crescita economica più robusto”, che ha contribuito a contenere la corsa dei prezzi dei titoli obbligazionari.

Sul segmento non governativo, l’aumento del rischio di insolvenza è stato incorporato nell’aumento degli spread creditizi, cioè i differenziali di rendimento pagati dai titoli obbligazionari societari e dei paesi emergenti rispetto ai bond governativi.

L’indice Us credit spread ha raggiunto anche i 450 punti base, contro i 300 pb dei mesi precedenti alla crisi, un livello che, rivelano ancora le analisi di Centrosim, era stato raggiunto solo nel 1998 e nel 2001. Con la differenza che, nel primo caso, i profitti delle aziende restarono positivi e gli spread scesero a quota 370 punti. Mentre nel 2001, l’economia americana entrò in recessione perchè i profitti aziendali furono negativi e i differenziali schizzarono a 700 pb.

Le attese sono dunque per un prossimo taglio, seppur temporaneo, dei tassi di riferimento americani. Ne è convinto Giancarlo Raggi, responsabile per i fondi obbligazionari internazionali di Eurizon: “Il ciclo economico americano è maturo e la curva monetaria sconta ulteriori interventi da parte della Banca Centrale, volti ad alleggerire le condizioni di indebitamento nell’economia americana per la quale è prevedibile che le difficoltà per famiglie e imprese che devono ricorrere al credito saliranno nei prossimi mesi, con conseguenze negative sulle prospettive di crescita futura”.

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Info autore

Maria Grazia Briganti  è stata editor & analyst di Morningstar Italy

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