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Donne e Cda, la parità di genere è ancora lontana nelle banche europee

L’analisi di DBRS Morningstar mostra come ci siano stati dei miglioramenti negli ultimi cinque ann. Ma alcuni paesi sono ancora molto lontani dall’obiettivo. Gli analisti smontano il sistema delle quote rosa. Meglio, dicono, adottare delle politiche che promuovano lo sviluppo della carriera e una crescita sostenibile della presenza femminile nei consigli di amministrazione.

Francesco Lavecchia 08/03/2021 | 10:01
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Le donne si fanno strada nei consigli di amministrazione delle banche europee, ma il percorso per arrivare alla parità di genere è ancora lungo. Da una ricerca di DBRS Morningstar, che ha come obiettivo quello di valutare il danno economico e reputazionale per gli istituti di credito in caso di mancato rispetto di norme che tutelino la parità di genere, emerge come nonostante dal 2014 al 2019 ci sia stata una crescita nella presenza delle donne nei Cda delle banche europee i numeri siano ancora bassi (il campione è formato da 53 dei maggiori istituti di credito della regione). Specie in alcuni paesi.

Al momento le donne ricoprono il 32% dei posti nei consigli di amministrazione delle banche europee. Questa statistica è migliorata progressivamente dal 2014 a questa parte, quando la percentuale era ferma al 22%, ma continua a essere deludente se si ha come obiettivo quello della parità di genere che potrebbe arrivare solo nel 2030, nel caso in cui si mantenesse questo ritmo di crescita. Il quadro all’interno della regione risulta molto eterogeneo: si passa da paesi molto virtuosi in questo senso come la Norvegia, la Svezia e la Francia, che si posizionano ampiamente sopra la media europea, o l’Irlanda e la Danimarca che hanno registrato il maggior incremento negli ultimi 5 anni, al Portogallo che non raggiunge neanche quota 20% e alla Germania che invece ha visto addirittura scendere la percentuale di 5 punti percentuali rispetto al 2014 (Figura 1).

 

Figura 1: Presenza delle donne nei Cda delle banche europee
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Un dato significativo è il 51% di presenza femminile tra i dipendenti degli istituti di credito. A dimostrazione della presenza di un vero e proprio collo di bottiglia che impedisce alle donne di entrare nella stanza dei bottoni.

Il giudizio belle banche italiane è sufficiente: complessivamente la percentuale di donne nei consigli di amministrazione è in linea con la media europea, anche grazie a un significativo miglioramento registrato negli ultimi due anni (nel 2014 era ferma al 15%). Guardando agli istituti di credito inseriti nel campione si nota come il Credito Valtellinese sia al top tra gli istituti del Vecchio continente grazie a un balzo di quasi 30 punti percentuali negli ultimi cinque anni. Bene anche Intesa Sanpaolo e Unicredit che si posizionano appena al di sotto della quota del 40%. Mentre il fanalino di coda, tra le banche del Belpaese inserite nel campione, è Banco Popolare dell’Alto Adige che nonostante sia migliorata dal 2014 resta comunque sotto il 20% (Figura 2).

 

Figura 2: Donne nel Cda delle banche, il trend negli ultimi 5 anni
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Ma come si spiega questa disparità di risultati? In alcuni paesi sono state imposte delle quote di genere nei consigli di amministrazione delle aziende come Francia, Norvegia e Italia. In Francia è stata istituita una quota del 40% per tutte le società con più di 500 dipendenti e oltre 50 milioni di euro di fatturato. In Norvegia la stessa quota è prevista per le società quotate in Borsa. In Italia il vincolo riguarda sempre le società quotate ma la percentuale scende al 30% dei consiglieri.

In altri paesi, come la Finlandia, si sono invece finanziati dei training per le lavoratrici in modo da prepararle a ricoprire un posto nei consigli di amministrazione. In Danimarca il Governo richiede alle sue aziende più grandi di sviluppare delle politiche che permettano di raggiungere la parità di genere a livello di consiglio di amministrazione, di esplicitare i propri obiettivi in un arco temporale di 4 anni e di relazionare sulle misure adottate e sui progressi raggiunti.

Dal confronto dei due diversi approcci fatto dagli analisti di DBRS Morningstar, il sistema a quote ne esce parecchio ridimensionato “Sebbene l’imposizione di quote abbia contribuito in qualche modo a ridurre la disparità di genere, una legislazione di questo tipo presenta due punti deboli: solitamente le quote di genere sono spesso disapplicate e non comportano sanzioni in caso di non conformità, quindi le società hanno uno scarso incentivo a migliorarsi. In secondo luogo, questi provvedimenti incidono solo sul risultato finale e non affrontano i motivi alla base della disparità. Gli esempi di Finlandia e Danimarca, invece, vanno esattamente nella direzione indicata dell’EBA, ovvero puntano allo sviluppo della carriera e alla crescita sostenibile della presenza femminile nei consigli di amministrazione”, dice Elisabeth Rudman, Managing Director, Head of European FIG di DBRS Morningstar.

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Info autore

Francesco Lavecchia

Francesco Lavecchia  è Research Editor di Morningstar in Italia

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